Il ritratto come espressione di un dialogo

by Eleonora Caracciolo di Torchiarolo, ph. Nicola Gnesi

 

Nicola Gnesi si mette dietro all’obiettivo a diciassette anni, sulle spiagge della Versilia. Lo fa con la macchina fotografica di suo padre, da cui aveva appreso qualche nozione tecnica, e con la pellicola.

Venti rullini a settimana. 720 scatti e stop. Questo gli metteva a disposizione la redazione de Il Giornale. Sembra incredibile se pensiamo che oggi, con il digitale, ne facciamo qualche migliaio in poche ore. “Scattavi alle 10 del mattino e poi fino alle 17, quando sviluppavi, non sapevi com’era venuta la foto. E doveva essere per forza quella giusta”, ricorda Nicola. Poi è arrivata l’America. E con l’America qualche porta in faccia, sana. “In America non ho realizzato il mio sogno, ma l’ho trovato” dichiara. Nel senso che le stagioni americane lo hanno aiutato a chiarirsi le idee rispetto ai propri obiettivi. Da lì a realizzarli sono passate poi altre stagioni, altre porte in faccia e molti rullini.

Non solo. Pur essendo cresciuto sempre circondato dall’arte, saranno i grandi musei americani, con le loro impeccabili pubblicazioni che Nicola sfoglia e risfoglia, a fargli pensare che la sua strada possa essere quella della fotografia d’arte. Forma d’arte nell’arte. La conferma gli arriverà una volta tornato in Italia, quando uno dei suoi maestri lo spinge ad andare proprio in quella direzione. “Ho cominciato a offrire gratuitamente le mie fotografie agli artisti: andavo nei loro studi – cosa che adoravo e adoro ancora fare – scattavo e regalavo loro le foto. Se gli fossero piaciute, sapevano poi dove trovarmi per chiedermi un lavoro, vero”. La strategia funziona e Nicola è oggi tra i fotografi d’arte più apprezzati e riconosciuti. Sono le fotografie di scultura a dargli più soddisfazione e a consentirgli di esprimere anche il suo punto di vista, oltre a quello dell’artista: “Nella fotografia di riproduzione, quella che ritrae un dipinto appeso a una parete per esempio, ci vuole molta tecnica e devi essere bravissimo. Ma quando fotografi una scultura, devi capirla, interpretarla, girarle intorno, cercare un senso e trovare il modo di comunicarlo”. La frequentazione degli atelier, degli artisti nella loro quotidianità, il maneggiare i loro strumenti, essere testimone delle loro piccole manie lo conduce però anche su un’altra strada, più autoriale, quella del ritratto. “Mi piace scattare ritratti perché mi consente di uscire dalla mia comfort zone, da ciò che conosco e che sono certo di saper fare”, spiega il fotografo. Le insicurezze di chi sta davanti all’obiettivo sono le stesse di chi sta dietro, almeno nel caso di Nicola. Un ritratto è il frutto di una relazione, che può essere brevissima perché a volte si hanno a disposizione solo pochi minuti, o può protrarsi anche per qualche giorno, e in una relazione ci si mette sempre in gioco, anche quando sei il fotografo e il gioco lo conduci tu. “Essere deboli è il migliore modo di fare arte” dice Nicola citando Damien Hirst. E con il ritratto Nicola si mette in difficoltà, cerca la difficoltà. “Come la cerchi?”, gli chiedo. “Non inseguendo l’estetica a tutti i costi. Ma cercando la verità”.

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