by Salvatore La Lota di Blasi

 

“Sto venendo!” … a Firenze. Con questo annuncio Buffalo Bill avvisava i fiorentini che avrebbe portato in città il suo Wild West Show, lo spettacolo circense con cui ricreava il mito del selvaggio West. Con quale spirito gli ironici fiorentini avessero accolto quell’annuncio possiamo solo immaginarlo, sta di fatto che William Frederick Cody, in arte Buffalo Bill, a Firenze ci arrivò davvero e per ben due volte. La prima, l’11 marzo del 1890 con circa 600 persone per accamparsi nei “Pratoni” della Zecca sulle rive d’Arno. Qui fu rievocato l’assalto alla diligenza di Deadwood; una seconda volta, l’1, il 2 e il 3 aprile del 1906, per potersi esibire in Piazza d’Armi. In questa seconda occasione Buffalo Bill sistemò tutta la sua compagnia a Campo di Marte. Nel complesso 1300 unità fra uomini, cavalli e bufali erano scesi alla stazione di Campo di Marte da quattro treni diversi, nel totale cinquanta vagoni. Qui il colonnello Cody alloggiò in tenda, rinunciando ai piacevoli comfort degli alberghi. In una di queste tende incontrò per la seconda volta il giornalista Jarro, ricevuto come “un vecchio amico” al quale disse che “non avrebbe mai preferito un albergo alla sua casa mobile”. Gli raccontò ancora “di abitare spesso in case di legno e di volersi ritirare nel suo paese per riposarsi”. In quel suo paese, tra le montagne rocciose dello Wyoming dove, paradossalmente, possedeva 40 mila ettari di terreno e un palazzo in una città che portava il suo nome, Cody. A Campo di Marte in quell’aprile del 1906 tutta l’intera troupe si accampò per realizzare un circo e un anfiteatro con gradinate e sedie. “Alle ore 14 – scriveva un cronista de La Nazione dell’epoca – l’anfiteatro era già pieno di spettatori. Tutta la Firenze aristocratica era giunta a Campo di Marte per vedere lo spettacolo. Persino nelle tribune da otto lire non ci fu un solo posto libero”. “All’improvviso – continuava il cronista – apparve il colonnello Cody, che passò in rassegna i cowboys, gli indiani delle varie tribù, tutti gli altri cavalieri del circo”. Si immagina lo stupore immenso di quei fiorentini alla vista di quell’eroico cacciatore di bisonti, ora attore, regista e anfitrione di uno spettacolo in cui le donne attrici sembravano all’occhio acuto osservatore dei fiorentini “un po’ bruttine”. Risaltavano le incredibili fogge degli indiani, tutti “pellerossa originali” venuti dall’America dell’ovest. Alla loro vista la curiosità dei fiorentini fu destata soprattutto dai colori dei volti variopinti. Ed i cronisti dell’epoca scrissero che si trattava proprio di una “pittura tipica dei costumi dei Pelli-Rossa”. Essendo poi tutti guerrieri, essi si sarebbero distinti fra loro proprio per il colore del viso e dell’abito. E poi c’erano quei bufali, tanti tantissimi usciti dai vagoni che avevano invaso se pur per pochi giorni Campo di Marte. Per vedere tutto questo, e soprattutto la mitica eroina del West, Calamity Jane, con cui Buffalo si esibiva, i fiorentini erano arrivati a Campo di Marte a piedi, in bicicletta, in carrozza, intasando tutti percorsi di accesso al quartiere. Con 10 mila spettatori in totale si cal- colò un incasso pari a 35.000 lire, un incasso da record!

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