A Villa Bardini un’originale mostra sul burattino di Collodi

by Lucia Fiaschi

 

Grande successo di critica e di pubblico a Villa Bardini di Firenze per una mostra su Pinocchio aperta fino al 22 marzo, dove sono esposti 50 capolavori di arte contemporanea provenienti da tutto il mondo. Le opere sono di artisti che vanno da Giacometti a LaChapelle, includento – fra gli altri – Savinio, Munari, Paladino, Calder, Venturi, Jacovitti e un inaspettato Paul McCarthy. L’esposizione è curata da Lucia Fiaschi che ci racconta qui di seguito i contenuti di questo percorso.

“Pinocchio non è un bambino, non è né una marionetta né un burattino, non è nemmeno un automa e neanche un clown che, sebbene sotto mentite spoglie, è pur sempre un uomo; dunque perché Pinocchio? Perché è ognuno di noi, ciascuno per la sorte che gli è toccata: è Alberto Savinio e la sconfitta dell’infanzia, è Benito Jacovitti e l’Italia furbacchiona, derelitta, povera e magnifica, è Gianni Celati che con il Guizzardi inventa un nuovo Pinocchio un po’ Buster Keaton e un po’ Charlot, è il cardinale Giacomo Biffi che nella avventura del burattino vede la sintesi della vicenda umana, è Alberto Manganelli e il suo alter ego occulto e metamorfico, è Luigi Malerba che si è messo gli stivali perché non vuole diventare bambino. È dunque ognuno di noi quando, per un istante o per sempre, prendiamo in mano la vita, splendida e libera dalla paura della morte, dal conformismo e dalla pigrizia. Straordinaria invenzione, toscano e universale, aperto a tutte le possibili letture, Pinocchio, nato sullo scorcio dell’Ottocento, è una creatura novecentesca. E il Novecento l’ha manipolato, l’ha passato al setaccio, l’ha sottoposto, maschera tragica, al lento crogiuolo delle proprie immani tragedie, e il burattino ha superato l’insuperabile: incredibilmente, egli vive. Nel 1947 Alberto Giacometti modellava Le Nez, un teschio cui, non si sa come, cresce il naso. Il teschio ritrova in questa assurda e vitale presenza l’equilibrio tra ciò che è morto e ciò che è vivo, una sorta di ribaltamento che fa sì che sia morto e vivo allo stesso tempo. Ma Pinocchio è vivo o è morto? Morto verrebbe da dire, il legno di cui è fatto è un pezzo di legno stagionato da caminetto, vivo invece poiché gli cresce il naso, e la crescita appartiene soltanto alla vita. McCarthy ha scelto Pinocchio per la sua universale riconoscibilità e ne ha fatto un’arma puntata contro i valori dominanti la cultura occidentale, e Sam Havadtoy l’ha trasformato in un paradossale Stalin. Jim Dine ha fatto di Pinocchio una straordinaria icona pop, mentre Barcelò ne ha fatto una creatura sulfurea. David LaChapelle ha fotografato le maschere dei protagonisti della sua arte bulimica, accomunati da una celebrità incommensurabile che li ha fagocitati, salvo poi restituirli a mera immagine bidimensionale, qual’è Pinocchio”. A questo progetto hanno collaborato Generali Valore Cultura, Fondazione CR Firenze, Fondazione Bardini e Peyron.

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